Centro per il libro e la lettura

Il Piano Olivetti per gli 80 anni di ALI: ogni libreria è una porta aperta sul mondo

Pubblichiamo a seguire il testo della relazione agli Stati Generali delle Librerie di Stefano Lanna, Direttore Generale del Piano Olivetti per la Cultura del MiC.

Quella di oggi è una giornata importante, perché celebriamo gli ottant’anni dell’Associazione Librai Italiani. Un anniversario che testimonia la storia di una comunità professionale e una convinzione ancora attuale: la libreria non è soltanto un’attività economica, ma un presidio di cultura, libertà e vita comunitaria. Celebrare questa storia significa soprattutto interrogarsi sul futuro delle librerie e sulla responsabilità delle istituzioni nel riconoscerne e sostenerne il valore. Parlando a un pubblico fatto prevalentemente di librai o comunque animatori del settore del Libro, vorrei partire, per usare proprio uno ‘strumento del mestiere’ da uno degli autori presenti nella mia biblioteca personale: Ernst Jünger. Perché i libri, per chi li ama davvero, non sono mai soltanto oggetti da acquistare o pagine da leggere. Sono incontri, scoperte, a volte vere e proprie conquiste. Ricordo la passione degli anni del liceo, quando comprare un libro significava spesso fare una scelta e qualche sacrificio: rinunciare alle merendine, mettere da parte qualche soldo, aspettare il momento giusto per portarsi a casa quel volume che si desiderava da tempo. Ricordo le letture sui treni, quando da studente universitario pendolare passavo ore negli spostamenti per raggiungere l’università. Leggere era un modo per sfruttare quel tempo, ma anche per coltivare una passione che spesso richiedeva sacrifici, economici e personali.

È anche da quell’esperienza che nasce la mia convinzione che i libri non debbano essere un privilegio, ma una possibilità concreta per tutti, indipendentemente dalle condizioni di partenza. È anche così che nasce il rapporto con i libri: da un desiderio che cresce, dalla curiosità e dalla gioia di scoprire qualcosa che ancora non conoscevamo. Ed è proprio questo che una libreria può offrire: non soltanto un libro, ma l’occasione di un incontro destinato a restare. Jünger, pensatore del Novecento, il secolo della Carta, ha indagato il rapporto tra uomo e tecnica, il rischio dell’omologazione e la subordinazione dell’individuo alle logiche dell’efficienza, del controllo e del consumo. Sono questioni di grande attualità: gli algoritmi orientano le nostre scelte, l’intelligenza artificiale trasforma il rapporto con la conoscenza e la velocità della comunicazione rischia di prevalere sulla profondità della riflessione. Tornare a uno scrittore e filosofo come Jünger significa chiederci quanto spazio resti per la libertà di pensiero e per una cultura capace di sottrarsi ai meccanismi dominanti. Ho scoperto questo autore grazie a librerie specializzate e, come le abbiamo recentemente definite anche in un testo normativo, “di tradizione”; non attraverso i circuiti monopolistici del mercato editoriale. Luoghi di ricerca e indipendenza intellettuale, capaci di custodire libri e autori che le mode rischiano di lasciare ai margini. In Eumeswil, Jünger descrive l’Anarca, colui che vive dentro le strutture del potere senza rinunciare alla propria libertà interiore. Anche il libraio può incarnare questa autonomia: opera nel mercato, ma non deve lasciare che classifiche, algoritmi e mode editoriali decidano che cosa meriti di essere letto. È un professionista della cultura che accompagna il lettore anche verso ciò che non sapeva di cercare.  Il libraio non è un semplice intermediario tra prodotto e consumatore, ma un missionario della cultura: conosce i libri, ascolta i lettori, suggerisce percorsi e propone anche ciò che il lettore non sapeva di cercare. Se ci limitiamo a diffondere letture banali e omologate, rischiamo di impoverire la capacità stessa di leggere e pensare. Ecco perché si perdono poi lettori. Abbiamo invece bisogno di libri complessi, profondi – inattuali – capaci di mettere in discussione le nostre certezze. Perché leggere significa imparare a pensare, dubitare e riconoscere la complessità dell’esperienza umana. Perché leggere non significa soltanto consumare pagine, ma imparare a pensare, dubitare e mettere in discussione le proprie certezze. Questa riflessione ci conduce alla lezione di Adriano Olivetti, per il quale la cultura era uno strumento di emancipazione e crescita collettiva e l’impresa non poteva essere separata dalla responsabilità verso le persone e il territorio. È una lezione che deve orientare anche il Piano Olivetti per la Cultura. Un piano di questa portata non può ridursi a una nuova articolazione amministrativa o alla distribuzione di risorse tra soggetti già inseriti nei circuiti culturali consolidati. Deve raggiungere i territori, sostenere le librerie indipendenti e creare opportunità per chi resta ai margini. La questione non è soltanto quante risorse destinare alla cultura, ma dove indirizzarle e con quali obiettivi.

I fondi pubblici devono ampliare la partecipazione, non riprodurre rendite e privilegi; rafforzare la rete libraria, non favorire soltanto chi è già nelle condizioni di accedere alle opportunità. Ecco perché sono importanti gli Stati Generali di oggi: dobbiamo conoscere la realtà delle librerie, comprenderne le dinamiche economiche e ascoltare chi ogni giorno tiene aperta, eroicamente, una porta sulla cultura. I dati sono indispensabili, ma devono tradursi in politiche concrete. La libreria è un’impresa che deve poter innovare, investire e remunerare il lavoro. È anche un’infrastruttura culturale e civile.

Quando chiude una libreria, non scompare soltanto un’attività commerciale: viene meno un punto di riferimento per lettori, scuole, famiglie e intere comunità. Sostenibilità economica e funzione sociale non sono obiettivi alternativi. Senza librerie solide non può esistere una rete culturale diffusa; senza il riconoscimento del loro valore, il futuro dei libri rischia di dipendere dalle sole dinamiche del mercato. Dobbiamo inoltre liberarci dall’idea che la cultura sia un certificato di superiorità sociale. Conoscere l’uso corretto delle posate a tavola non significa necessariamente essere persone colte; usare le proprie conoscenze per umiliare chi ha avuto meno opportunità significa negare la funzione stessa della cultura. Il sapere autentico non esclude, ma emancipa. Una politica culturale degna di questo nome deve ridurre le distanze e raggiungere anche chi è lontano dai libri per ragioni sociali, territoriali o economiche. Le librerie, grazie alla loro presenza e alla relazione personale con i lettori, sono fondamentali per rendere la cultura quotidiana e accessibile. Gli ottant’anni dell’ALI rappresentano dunque non soltanto una storia da celebrare, ma un impegno verso il futuro. Mi auguro che questi Stati Generali trasformino il confronto in proposte operative e in un dialogo stabile con le istituzioni. E che il Piano Olivetti diventi uno strumento per sostenere le librerie nei territori e allargare realmente l’accesso alla cultura, anziché alimentare la consueta filiera dei privilegiati. Concludo augurando buon ottantesimo compleanno all’Associazione Librai Italiani, a chi l’ha costruita, a chi la rappresenta oggi e a tutti i librai che, con competenza, passione e spirito d’impresa, mantengono vivi i libri nelle nostre città e nei nostri paesi. A loro va il mio ringraziamento, con l’auspicio che questi Stati Generali aprano una nuova stagione di impegno e crescita. Vorrei concludere con un impegno semplice:

 Il Piano Olivetti non per distribuire privilegi, ma per moltiplicare possibilità; non per finanziare chi è già dentro, ma per aprire le porte della cultura a chi è rimasto fuori. Perché la cultura non sia una rendita per pochi, ma una possibilità di libertà per tutti.

E perché, anche nei prossimi ottant’anni, ogni libreria possa continuare a essere una porta aperta sul mondo.   

Condividi l'approfondimento

Cerca